Racconti

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L'AMORE E' DOLORE, CHI AMA SOFFRE

Antica torre del castello di Cavagliano

Nella tarda mattinata di una domenica di aprile nella campagna a nord di Novara un

cuculo, dalla sommità di una quercia, ripeteva, monotono, il suo verso. All’inizio era

piacevole sentire quel canto, ma dopo ore e ore di gorgheggio continuo e monocorde

la stanchezza prendeva il sopravvento e si rafforzava sempre più il desiderio che quel

grazioso e solingo pennuto smettesse di esprimere il suo lamento.

Il cuculo di consuetudine arriva puntuale a primavera, staziona qualche giorno nello

stesso posto, poi va a nidificare nei nidi altrui. Anche quest’anno il suo arrivo era stato

interpretato con favore, ma nello stesso tempo era sembrato che il canto, questa volta,

non fosse lo stesso degli altri anni. Era parso che esprimesse un lamento più accentuato

del solito.

All’imbrunire di quel giorno nell’aria si dipanavano le note di un violino lontano. Da

parecchio tempo non si sentiva. Qualcuno, in un’atmosfera esoterica e misteriosa,

suonava la sinfonia n. 7 di Beethoven, malinconica e struggente, quasi arrabbiata, un

grido di dolore per una missione incompiuta, delle vite spezzate, un amore ferito.

Una leggenda del luogo narra che quella musica, bella e coinvolgente, provenga da una

delle torri del paese, suonata da un musicista molto bravo ma che nessuno ha mai visto,

il quale vuole ricordare una tragica storia ricca di sentimento, vissuta alcuni secoli

prima in questi stessi posti, e che ora voglio qui raccontare.

La storia

Nel tardo medioevo viveva in un castello alla periferia di Novara, una giovane e bella

nobildonna, Maria Berengaria Helena di Cavagliano, discendente di una nobile

famiglia svizzera, sposa di Carlo Ferdinando, un feudatario locale parecchio più

anziano di lei. Il marito aveva ottenuto il feudo dai Signori di Milano, suoi parenti, per

essersi adoperato con successo al loro fianco durante le battaglie contro i nobili del

Monferrato, che aspiravano ad impossessarsi delle terre novaresi per raggiungere poi

più facilmente i territori lombardi. Una volta respinti i nemici, Carlo Ferdinando aveva

ricevuto per riconoscenza un castello fortificato con tanto di corte, compreso un

vecchio caseificio, dove si produceva dell’ottimo formaggio erborinato, vanto della

popolazione locale, nonché stalle, depositi, abitazioni basse per i contadini e i lavoranti,

ed inoltre terreni circostanti estesi migliaia di pertiche. Il complesso immobiliare era

stato espropriato ad un’altra famiglia del basso Piemonte rimasta soccombente in una

delle tante battaglie.

Questa era la versione ufficiale, ma alcune persone, tra la gente del popolo, più

concrete, dicevano che il regalo era frutto delle simpatie particolari che uno dei

rampolli lombardi, tale Goffredo, cugino di Carlo Ferdinando, nutriva verso la bella

Helena. Egli aveva tanto caldeggiato il dono presso suo padre, che costui aveva

accettato di accontentare il figlio.

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La giovane Helena, molto dinamica e avvenente, amava organizzare tante feste, per

qualsiasi occasione. Sposata a 18 anni, aveva intessuto molte relazioni con le signore

dell’alta società del tempo benché avesse tanti limiti ed ostacoli nella loro

frequentazione a causa delle distanze che le separavano. Accadeva di frequente,

durante la bella stagione, di recarsi in visita presso le sue amiche o parenti,

accompagnata dalla servitù, in località lontane che richiedevano viaggi in carrozza

estenuanti. Le visite perciò duravano parecchi giorni. Il marito era spesso assente

impegnato in azioni militari alleato dei signori di Milano. Al castello Helena restava

spesso sola e, giovane com’era, non vedeva l’ora di frequentare gente per conversare,

ascoltare buona musica, assistere a giochi di giullari.

A ventotto anni Helena aveva già quattro figli. I maldicenti dicevano che due di loro

non somigliavano al padre, non essendo figli legittimi ma frutto di un amore

clandestino.

Il cugino Goffredo, di età poco superiore alla sua, la riveriva spesso e la omaggiava

con libri e piante esotiche.

Da qui era nato pian piano un sentimento di reciproca attrazione tra i due, che all’inizio

si esternava con sguardi significativi, messaggi poetici, allusioni vaghe, poi i contatti

si fecero più frequenti e stretti.

Era abitudine che in inverno venissero organizzate battute di caccia al cinghiale, che

duravano anche una settimana e oltre, partecipate da decine di cacciatori. Helena e

Goffredo cavalcavano vicini e con facili stratagemmi avevano occasione di far perdere

le loro tracce, grazie alla complicità di contadini compiacenti che li facevano riparare

in masserie isolate, nelle quali potevano dare libero sfogo ai loro impulsi d’amore.

In particolare i loro incontri avvenivano in una cascinetta usata d’estate dai contadini

ma che d’inverno era disabitata. Vi si accedeva da un lungo cunicolo sotterraneo. A

quell’epoca alcuni grossi manieri, tra cui quello in cui abitava Helena, e alcuni conventi

della zona erano tra di loro collegati da tunnel scavati sotto i campi, lunghi anche

diversi chilometri, che avevano di tratto in tratto bocche d’uscita, coperte da una fitta

vegetazione che le rendeva invisibili dall’esterno. Una di queste uscite era prossima ad

una cascinetta e lì i due amanti si incontravano sicuri di essere al riparo da sguardi

indiscreti.

Le battute di caccia più interessanti venivano organizzate nei mesi di gennaio e

febbraio. Spesso la neve cadeva abbondante. La campagna, vasta e pianeggiante,

diventava un enorme campo bianco, da cui spuntavano di tanto in tanto, qua e là, alberi

scheletriti, aceri, querce, robinie e qualche piccolo bosco di noci. Le masserie erano

parecchio distanti una dall’altra, frequentemente separate da lunghi canali che

d’inverno diventavano strade di ghiaccio ricoperte di neve, difficili da vedere ed

estremamente pericolose per coloro che non le conoscevano.

I due amanti erano giovani, di bell’aspetto, appassionati della natura e della caccia,

soprattutto dell’attività venatoria per l’opportunità che questo sport offriva loro di stare

insieme.

Anche la nebbia si presentava di frequente nel periodo invernale fitta ed impenetrabile,

diventando assieme alla neve una complice intrigante, una ninfa brumale dell’amore.

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Helena, in prossimità della battuta di caccia, riusciva ad avvisare per tempo e in gran

segreto il massaro Andrea, il quale era pronto a preparare la nota cascinetta perché

potesse offrire degna ospitalità nel caso che per il maltempo o per altri disguidi i

cacciatori fossero stati costretti a usarla per ripararsi, impossibilitati a raggiungere il

resto della comitiva, bisognosi di trascorrere la notte. Il massaro preparava la stalla per

i cavalli, faceva trovare il foraggio e per i cacciatori si assicurava che la dispensa fosse

bene approvvigionata di cibo. La legnaia disponeva sempre di ciocchi e rami spezzati

da bruciare. Una stanzetta interna accoglieva un giaciglio di fortuna fatto con materassi

riempiti di foglie di mais e cuscini di piume d’oca. Il massaro chiudeva un occhio su

quello che accadeva ed aveva tutto da guadagnare da quel tipo di collaborazione.

Intanto non si faceva scrupoli di imbrogliare il padrone quand’era il momento di pagare

la decima sul raccolto, dichiarando una resa di riso e di mais molto inferiore alla

quantità realmente prodotta nei terreni che gli erano stati affidati per la coltivazione.

La padrona lo sapeva, ma, per una tacita complicità e convenienza, taceva. Poi c’era la

storia dell’omicidio di una guardia reale, in cui il massaro era rimasto coinvolto, ma

nessuno sapeva la verità, a parte i suoi signori che gli avevano offerto ospitalità e

protezione nella loro proprietà, comprando di fatto la sua fedeltà assoluta.

Quando i due amanti si rifugiavano nella masseria, lontani da occhi indiscreti, non

vedevano l’ora di rifugiarsi nell’unica cameretta con il letto di fortuna e lì, nonostante

il freddo pungente, aveva luogo il rapporto amoroso. Baci lunghi e

appassionati esprimevano la passione meglio di mille parole. Era un sentimento forte

che univa i due giovani, i quali, sin dal primo momento in cui si erano conosciuti ad

una festa in casa di parenti comuni, avevano sentito un’attrazione straordinaria. Le

mani di entrambi si stringevano vicendevolmente così forte da farsi male, ma era un

male piacevole. Gli abbracci tanto appassionati da togliere il respiro. E poi le mani di

Goffredo e di Helena iniziavano l’esplorazione dei rispettivi corpi attraverso la

procedura dello svestimento, operazione complicata vista la montagna di abiti

indossati, pieni di lacci, lacciuoli, fibbie, bottoni.

Passavano così tutta la notte. All’alba, stanchi ma felici, si rimettevano in cammino

alla ricerca degli altri cacciatori, che nel frattempo si erano anch'essi rifugiati per la

notte o nel castello o in altri casali sparsi nella pianura, dove capitava loro di vivere

esperienze amorose occasionali con giovani contadinelle o meno giovani lavoranti,

filatrici o addette alle stalle, abitanti delle masserie. Anche Carlo Ferdinando

approfittava della circostanza per concedersi qualche libertà. Andava a far visita ad una

non più giovane ma piacente e pia donna, perpetua dell’arciprete e, dicevano,

consolatrice di anime inquiete in preda alle tentazioni della carne. Con lei trascorreva

tutta la notte, dopo che il buon religioso era stato messo a dormire accompagnato da

una buona tisana rilassante e soporifera.

Ma anche le storie più belle sono destinate a finire, specie se sono irregolari.

Un’anziana nutrice, serva fedele di Carlo Ferdinando, che aveva visto nascere,

impegnata a badare ora ai suoi figlioletti, un giorno non seppe tacere e, interrogata con

brusche maniere dal suo signore, sospettoso per alcune strane dicerie che gli erano

giunte all’orecchio sul conto della moglie, a mezza bocca espresse anch’ella dei dubbi

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sulla condotta di Helena per via di suoi comportamenti inconsueti. Non erano sfuggite

certe sue assenze prolungate per diverse ore, durante le quali non si sapeva dove quella

andasse, per poi ricomparire dopo parecchio tempo, sporca di fango, scapigliata, di

umore ambiguo. Distratta, poco interessata ai figli, si rifugiava nella sua camera a

riposare sino al giorno dopo.

Senonché il marito, ingelosito, decise di porla sotto sorveglianza. Incaricò un uomo

fidato scelto tra le sue guardie affinché la tenesse d’occhio e seguisse ogni suo

movimento.

Ci volle più di un mese per scoprire la verità. Helena venne scoperta mentre, attraverso

una porticina nei sotterranei del castello, si intrufolava di nascosto nel cunicolo segreto

che portava fuori.

La guardia la seguì con molta discrezione e poco dopo si accorse che la donna a metà

strada incontrava un uomo armato, certamente un nobile, con cui proseguiva il

cammino verso l’uscita della galleria sotterranea, sino alla nota cascinetta.

I sospetti di Carlo Ferdinando si erano rivelati fondati e la persona che gli aveva fatto

la confidenza ne guadagnava in affidabilità e riconoscenza. Era stato un monaco a

confidargli di aver visto la bella signora un giorno andare a passo spedito nel cunicolo,

mentre egli, procedendo in senso opposto, era diretto verso un luogo segreto per un

incontro altrettanto celato, non riferibile. Il religioso per non essere visto si era dovuto

nascondere in un anfratto, aiutato dal buio, ma l’aveva riconosciuta ugualmente e,

qualche giorno dopo non aveva esitato a riferirlo al marito, contando di acquistare

merito ai suoi occhi.

La tresca, che nel frattempo era divenuta meno prudente, venne ben presto scoperta.

Un giorno che Helena si diresse verso i sotterranei per intromettersi nel cunicolo e

raggiungere il suo amante, le guardie del marito saltarono a cavallo e raggiunsero ben

presto la cascinetta, nascondendosi ben bene tra la fitta vegetazione. Quando i due

amanti raggiunsero la località dal percorso sotterraneo ed entrarono nella cascina si

intrappolarono da soli. Le guardie appostate là fuori entrarono, li afferrarono e li

portarono a castello, dove vennero segregati in due celle sotterranee. Goffredo e Helena

non si videro mai più ma i loro cuori continuarono a battere con lo stesso ritmo, tanto

forte era l’amore che li univa.

Di Goffredo si persero le tracce. Si disse che fu pugnalato al petto ed il suo corpo

gettato in un pozzo, costruito nei sotterranei del castello, molto profondo, con tante

lame sporgenti all’interno, in grado di cancellare ogni speranza di sopravvivenza a

qualunque malcapitato vi fosse caduto dentro.

Helena invece fu rinchiusa in una torre molto alta e stretta alla periferia della città. Le

fu consentito di tenere solo qualche vaso di fiori. Qualche tempo dopo la donna,

addolorata per la perdita del suo Goffredo e per le notevoli privazioni a cui era

sottoposta, non sopportò quella vita. Una mattina la trovarono esanime sul letto, vestita

bellissima come una sposa. Scoprirono che la sera prima si era preparata una pietanza

con alcuni tuberi delle piante che coltivava, che si erano rivelati letali.

La loro storia commosse molto la gente del luogo tanto che venivano recitate preghiere

per la loro salvezza. Ogni anno la Confraternita del Gonfalone alla festa dell’Assunta,

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durante la processione, sostava ai piedi della torre e recitava orazioni specifiche e

giaculatorie in suffragio delle loro anime.

Era già l’imbrunire di quella domenica di aprile, serena e fresca quando per la via passò,

con andatura lenta e stanca, un anziano contadino con una lunga canna in una mano,

un retino ed un secchiello di plastica, pieno di delusione, nell’altra. Era andato a caccia

di rane nei fossi ma tornava quasi a mani vuote: non c’erano più le rane abbondanti di

una volta! Il vecchio contadino, sentendo la musica nell’aria, ascoltata già altre volte,

procedeva e per sua devota abitudine biascicava qualcosa in latino, come gli aveva

insegnato tanto tempo prima un monaco. Erano orazioni intercalate con espressioni da

osteria, ma lui questo non lo sapeva. Erano in latino e per lui andava bene così.

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Racconto estratto dalla raccolta "Un racconto tira l'altro" in corso di pubblicazione Autore ©

Francesco Grano 2021